Legge polizia, cercando un equilibrio

E così, dopo quasi quarant’anni e oltre quattro ore di dibattito, martedì il Gran Consiglio ha adottato la nuova Legge cantonale sulla polizia. Un risultato tutt’altro che scontato da parte di un parlamento che, al di là della sua frammentazione partitica, ha portato a compimento un’altra riforma di grande significato per la cittadinanza.

Meritano attenzione i dubbi emersi sulla compatibilità fra questa normativa, in particolare una sua parte, e la garanzia a lungo termine delle libertà personali di cui gode la popolazione ticinese. Nel mio intervento ho d’altronde sottolineato la necessità di valutare la nuova Legge sulla polizia con la compatibilità della garanzia individuale. La messa in equilibrio di libertà e sicurezza contraddistingue storicamente ogni legislazione sulla polizia. Un terreno di tradizionale lotta politica tra destra, tendenzialmente sensibile soprattutto alla seconda, e sinistra, solitamente più preoccupata per la prima. Ma anche tra governo e opposizione, per citare un altro ambito abituale della dialettica tra le polarità di cui stiamo parlando.

In Gran Consiglio si è rivisto questo schema a proposito, ad esempio, della questione “gestione minacce”, con la variante inedita di un membro dell’esecutivo e responsabile politico della Polizia ad assumere, in extremis, il ruolo di preoccupato difensore della libertà dei cittadini, nota bene, dalla Polizia stessa. La cosa non deve però distrarre dal fondo politico e culturale della questione. La gestione di minacce future e le relative possibilità di sorveglianza precoce contiene, certo, anche un rischio di abuso, come peraltro tutte le norme che, in tanti ambiti, autorizzano attività di tipo preventivo. Il termine stesso di “minaccia” è ampio e, come se non bastasse, si devono valutare scenari ipotetici e perciò incerti. Aggiungansi le potentissime tecnologie attuali di raccolta, gestione, analisi e trasmissione dei dati.

È ben chiaro a tutti che le nuove tecnologie – controllo sui flussi di dati informatici, videosorveglianza, identità digitale e, ovviamente, intelligenza artificiale – richiedono la massima attenzione da parte del legislatore. Un’attenzione che, in Ticino, esiste – ed è quindi sbagliato fare credere che il parlamento, nel decidere sulla nuova legge, non abbia considerato a sufficienza questi argomenti. La risposta giusta a questa legittima preoccupazione non sono però né le grida di allarme né la fiducia cieca ma, in uno Stato di diritto, regole, procedure, vigilanze, formazione degli addetti, regole di condotta, segnalazione e sanzione di eventuali abusi, rendiconti e trasparenza della Polizia verso l’autorità politica. È quanto ha cercato di fare il parlamento, adottando un testo equilibrato e, prima, la sua Commissione giustizia e diritti del Gran Consiglio. Abbiamo lavorato su questa legge per mesi, nella assoluta consapevolezza che occuparsi di polizia significa operare in uno dei punti più sensibili del rapporto tra Stato e cittadini. Come per altri cantieri – uno quello sulla protezione dei dati personali – siamo ben consapevoli che la tecnologia cambia a un ritmo frenetico e che la legge, essendo strutturalmente in ritardo rispetto alla realtà, dovrà essere costantemente tenuta sotto osservazione e aggiornata secondo i nuovi bisogni. E, naturalmente, che si debba garantire – ed è un compito anzitutto dell’esecutivo – che se alla Polizia ticinese venisse mai in mente di giocare allo “Stato ficcanaso” per ragioni non strettamente giustificate dalla tutela della sicurezza di persone e cose, non mancheranno le inchieste, le sanzioni e le denunce tempestive. Questo serve: fiducia e controllo al contempo.

Simona Genini, vicecapogruppo PLR, LaRegione, 24 aprile 2026