L'autogol di Giorgia Meloni

L’immane tragedia di Crans-Montana ha messo a nudo le nostre debolezze (prima fra tutte quella nei controlli delle norme antincendio, regolati in ventisei modi diversi), così come la vulnerabilità del sistema federale, senz’altro adatto per governare una nazione come la nostra, ma imperfetto quando si tratta di gestire un simile dramma di rilevanza internazionale.

Da più parti, anche in Svizzera, si sono levate critiche sull’operato della Procura vallesana, sopraffatta dall’ampiezza del disastro, tra mancata incarcerazione (recuperata dopo nove giorni, quando il rischio d’inquinamento delle prove si era però già concretizzato), mancate perquisizioni e via dicendo. Da più parti, anche in Svizzera, si è suggerito di far capo a un procuratore straordinario esterno al Canton Vallese (come la legge vallesana permette di fare), in aiuto a un Ministero pubblico cantonale per propria ammissione sottodotato e quindi a garanzia della fiducia nella giustizia che dev’essere data in primis alle famiglie delle vittime. A livello federale, si sta verificando, se - come probabile - vi siano delle lacune di copertura tra assicurazioni, patrimoni dei responsabili e garanzie della Legge sull’aiuto alle vittime di reati, per eventualmente istituire un fondo supplementare, con senso di profonda solidarietà verso quelle numerosissime famiglie, svizzere ed estere, e - per queste ultime - anche nei confronti dei loro Stati di appartenenza.

Ad intervenire a gamba tesa sul piano non giudiziario, ma politico, ci ha però pensato nel fine settimana la presidente del Consiglio dei ministri italiano, richiamando a Roma il proprio ambasciatore per sottolineare l’«indignazione » per la scarcerazione del principale indagato dopo pagamento della cauzione (decisa invero diversi giorni prima dal competente tribunale cantonale) e ponendo quale condizione per rimandarlo a Berna che la Svizzera istituisca una «squadra investigativa comune»con inquirenti italiani.

Se è condivisibile che l’Italia, come la Francia, abbia aperto un’inchiesta parallela per garantirsi un canale d’informazione con le autorità giudiziarie elvetiche, così com’è comprensibile che anche rappresentanti politici degli Stati esteri toccati dal dramma esprimano preoccupazione a sostegno dei loro connazionali, è inaccettabile che il capo di un governo estero (in perfetto stile trumpista) detti proprie regole alla giustizia locale di un’altra nazione democratica e fondata sullo stato di diritto.

Così facendo, la presidente del Consiglio non fa soltanto strame dell’autonomia di uno Stato indipendente, del nostro federalismo e della separazione dei poteri (che vale anche in Italia e, guarda caso, è proprio adesso tema di campagna referendaria), ma ha anche segnato un autogol: l’opinione pubblica elvetica - indignata quanto quella italiana per l’accaduto - ha riscoperto un certo amor proprio e princìpi (quelli indicati sopra), a cui non è disposta a rinunciare, nemmeno se il risultato - paradossalmente - rafforza il ruolo di una Procura cantonale, che sin qui non ha convinto.

Simone Gianini, Consigliere nazionale, Corriere del Ticino, 28 gennaio 2026